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Il piede a nudo

Data pubblicazione: 14/03/2019
Ultimo aggiornamento: 21/03/2019

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Introduzione - Il piede a nudo

Le due parti del corpo più distanti, il piede e il cervello, sono in realtà molto vicine. Uno dei motivi per cui possediamo un cervello così peculiare nell’universo dei mammiferi è dovuto proprio alle estremità inferiori.

Per crescere di numero, dimensione e funzione, una cellula nervosa ha bisogno di due fattori, il nutrimento e la stimolazione. La benzina che alimenta il neurone è l’ossigeno, il glucosio e i corpi chetonici. La stimolazione proviene da ogni afferenza sia interna che esterna. La stazione eretta ha tolto due punti di appoggio e ha costretto il sistema neuro-muscolo-scheletrico ad un più impegnativo lavoro computazionale, per l’esigenza di rispondere efficacemente alla forza di gravità. La gravità ha rappresentato il migliore stimolo per avere la sommazione di frequenza, durata ed intensità. L’inondazione di input, provenienti dai piedi e dai recettori articolari spinali, oltre che dal resto del corpo, ha costretto il sistema nervoso centrale a creare un’area deputata all’immagazzinamento di riflessi superiori, per risparmiare energia, perché se fosse costretto ad elaborare per ogni movimento, in ogni istante, tutte la informazioni periferiche, consumerebbe tutte le energie a disposizione, solo per questo compito.

Questi riflessi, chiamati FAP (Fixed Action Patterns) consentono al SNC di minimizzare la computazione dei segnali ed avere così una migliore efficienza nella risposta antigravitaria. L’area corticale in cui questi riflessi sono immagazzinati è la neocorteccia. I riflessi corticali che usiamo più comunemente sono camminare, deglutire, allacciare le scarpe, sfilarsi gli indumenti. La neo-corteccia è la parte più evoluta del sistema nervoso dei mammiferi, è la sede dove vengono integrate le funzioni cognitive più sofisticate, in associazione con le altre aree cerebrali. In una estensione metaforica fantasiosa possiamo dire che il cervello ci viene dai piedi.

 

fig 2

Introduzione - Il piede a nudo

Le due parti del corpo più distanti, il piede e il cervello, sono in realtà molto vicine. Uno dei motivi per cui possediamo un cervello così peculiare nell’universo dei mammiferi è dovuto proprio alle estremità inferiori.

Per crescere di numero, dimensione e funzione, una cellula nervosa ha bisogno di due fattori, il nutrimento e la stimolazione. La benzina che alimenta il neurone è l’ossigeno, il glucosio e i corpi chetonici. La stimolazione proviene da ogni afferenza sia interna che esterna. La stazione eretta ha tolto due punti di appoggio e ha costretto il sistema neuro-muscolo-scheletrico ad un più impegnativo lavoro computazionale, per l’esigenza di rispondere efficacemente alla forza di gravità. La gravità ha rappresentato il migliore stimolo per avere la sommazione di frequenza, durata ed intensità. L’inondazione di input, provenienti dai piedi e dai recettori articolari spinali, oltre che dal resto del corpo, ha costretto il sistema nervoso centrale a creare un’area deputata all’immagazzinamento di riflessi superiori, per risparmiare energia, perché se fosse costretto ad elaborare per ogni movimento, in ogni istante, tutte la informazioni periferiche, consumerebbe tutte le energie a disposizione, solo per questo compito.

Questi riflessi, chiamati FAP (Fixed Action Patterns) consentono al SNC di minimizzare la computazione dei segnali ed avere così una migliore efficienza nella risposta antigravitaria. L’area corticale in cui questi riflessi sono immagazzinati è la neocorteccia. I riflessi corticali che usiamo più comunemente sono camminare, deglutire, allacciare le scarpe, sfilarsi gli indumenti. La neo-corteccia è la parte più evoluta del sistema nervoso dei mammiferi, è la sede dove vengono integrate le funzioni cognitive più sofisticate, in associazione con le altre aree cerebrali. In una estensione metaforica fantasiosa possiamo dire che il cervello ci viene dai piedi.

 

fig 2

La storia e i principi fisici

Il piede e le sue modificazioni evolutive hanno permesso all’uomo di spostarsi per lunghi tratti senza consumare troppa energia.

Rispetto al piede degli altri primati, che possiede i quattro ultimi metatarsi uniti ed il primo separato (fig. 1), il piede umano ha il legamento trasverso profondo del metatarso che li unisce tutti.

 

fig 1

 

Questo legamento consente l’inserzione della fascia plantare, che rappresenta un elastico che è teso sotto al piede e permette al calcagno di mettere tensione anche sul tendine di Achille. La fascia plantare, con la spinta contrapposta al tendine di Achille, ha garantito il carico ed il rilascio di forze elastiche che avvengono ad ogni passo di marcia o corsa. In questo modo abbiamo potuto coprire lunghe distanze senza consumare energie metaboliche per la deambulazione e per trovare l’equilibrio necessario a respingere la forza di gravità, in una parola: l’efficienza motoria.

Durante la marcia, il corpo riesce a caricare e rilasciare le forze di impatto che riceve dal terreno, riuscendo a immagazzinarle sotto forma di energia potenziale (con l’elasticità fasciale creata dal movimento articolare e dalle contrazioni muscolari in risposta al carico) e a rilasciarle attraverso l’energia cinetica che deriva dal rilascio elastico. Le strutture coinvolte in questa alternanza di carico e scarico sono il tendine di Achille e la fascia plantare e tutte le fasce nel loro insieme. Ciò che rende ancora più efficiente il sistema è la compartimentazione muscolare, che consente il carico elastico, anche se uno solo dei muscoli presenti nel compartimento si attiva isometricamente. Durante la marcia dobbiamo moltiplicare per 1/1,5 il peso corporeo per sapere quante forze di impatto dovremmo affrontare;durante una corsa lenta circa 2,5; nel salto o nell’atterraggio dall’alto fino a 9/10.

È interessante notare che il ruolo che i tessuti hanno nella deambulazione è sostanziale nell’efficienza motoria, basti pensare che, nei saltelli ad una gamba, il 16% dell’energia deriva dal solo tendine di Achille (Lichtwark/Wilson, 2005). Le differenze che notiamo nell’architettura del piede degli altri primati rispetto a quello umano sono, curiosamente, molto simili alle peculiari caratteristiche che differenziano il piede normale dal piede patologico o disfunzionale. La deviazione del primo dito, tipica del piede della scimmia, è analoga all’alluce valgo (fig. 3);

 

fig 3

 

la caviglia del piede del nostro cugino arboreo è la articolazione talo-navicolare, che si trova a diretto contatto col pavimento come nel piede umano pronato o valgo (fig. 4).

 

fig 4

 

Possiamo, quindi, considerare le disfunzioni o le patologie del piede come una regressione evoluzionistica. Il piede non è soltanto un’entità biomeccanica che consente la deambulazione ma anche un organo di senso. Questa parte del corpo possiede particolari recettori presenti sulle parti glabre della cute. Ce ne sono di sensibili all’acuto e lo smussato, al caldo e al freddo, alle vibrazioni e allo stiramento della pelle. Ognuno di essi manda costantemente informazioni al cervello che le utilizza per progettare movimenti precisi.

Questi segnali arrivano alla corteccia, in un’area definita, chiamata somato-sensoriale dove la quantità di neuroni afferenti è diversa per ogni zona del corpo. La mano, il viso, il piede sono maggiormente rappresentati perché gli input sensoriali che riceviamo da queste parti corporee sono maggiori. Fino a qualche anno fa si credeva che la quantità di neuroni fosse in accrescimento per i primi tre anni di vita e poi, proseguissimo nel cammino con gli stessi neuroni per tutta la vita. Recentemente si è scoperto che, invece, ogni uomo produce nuovi neuroni per tutta la vita, questa attività è chiamata neurogenesi. Il cervello, quindi, è plastico. Si adatta all’ambiente, alle condizioni, agli stimoli.

Anche l’area somato-sensoriale è plastica, può mutare a seconda della frequenza, durata e intensità dello stimolo che riceve. Se indossiamo le scarpe, la possibilità di attivare i recettori che sono presenti nel piede, diminuisce drasticamente. Il cervello riceve meno informazioni e produce movimenti meno precisi: diminuisce l’efficacia e l’efficienza del movimento. Se questo continua per anni, l’area che, normalmente, riceve questi segnali, si riduce di dimensioni e anche quando dovessero arrivare copiosi, non si avrebbe la possibilità di elaborare il segnale efficacemente.

Le brutte notizie non sono ancora finite.

Il piede ha anche una caratteristica plasmabile, si conforma al pavimento. L’insieme delle ossa che compongono il mesopiede è capace di adattarsi alle varie asperità del terreno. Il piede riesce ad abbracciare una roccia o un ramo, a scappare da un punto acuto arricciandosi, ad adattasi ad un piano inclinato o declive (fig. 5).

 

fig 5

La suola delle scarpe, se rigida, non consente questi adattamenti; i terreni piatti non permettono al piede di assolvere a questa importante e naturale funzione, causando linee di forza che gravano sempre sugli stessi punti, tipicamente la fascia plantare ed il tendine di Achille.

Ad ogni passo di cammino il piede, dopo una fase di volo, atterra sul pavimento, generando un’onda cinetica prodotta dalle forze di impatto sul terreno. È come prendere a schiaffi il pavimento. Ad ogni atterraggio, la quantità di forze di impatto che ci troviamo ad assorbire, sono circa una volta o 1,5 il peso corporeo. Mentre corriamo da 2,5 fino a 3,8. La capacità di attenuare queste forze di impatto risiede nelle contrazioni isometriche che i muscoli attuano in risposta al carico. La forza espressa da queste contrazioni isometriche dipende da quanto fortemente stiamo impattando il suolo. Immaginiamo di dover dare un colpo al tavolo con la mano, la mano ed il braccio saranno tanto più rigidi quanto il colpo sarà forte. Per determinare la forza di contrazione ci basiamo sui dati inviati (dai recettori del piede) e sulla memoria.

Sappiamo che un tavolo di marmo è più duro del cuscino. Il nostro sistema è così affinato dall’evoluzione che rilevando le vibrazioni che entrano dal piede, attraverso i corpuscoli di Pacini, riesce a produrre una contrazioni pari e contraria alle forze che entrano, risparmiando energia. Percepiamo le forze di impatto attraverso le vibrazioni. Se camminiamo o corriamo con le scarpe o su un terreno che non vibra, come cemento e asfalto, il sistema non è in grado di anticipare il terreno e deve, quindi, produrre una contrazione isometrica massima per attenuare le forze di impatto. Se non attenuate, queste arriveranno ai tessuti molli che si ispessiranno per smorzarle passivamente o si lesioneranno, generando infiammazioni di riparazione.

Quando siamo costretti a produrre la massima contrazione isometrica, perché indossiamo calzature troppo rigide o ci muoviamo su terreni innaturali, siamo costretti a ragionare in termini di affaticamento muscolare: fino a che i muscoli sono in grado di contrarsi alla forza che attenua le forze di impatto, siamo sani e salvi, appena i muscoli si affaticano, il carico passa alle strutture passive. Queste forze non gestite possono creare le fratture da stress, tendiniti, infortuni muscolari, instabilità periferica e centrale.

Cosa fare, dunque?

La soluzione non è togliere le calzature.

Per le nuove generazioni è importante consentire la deambulazione scalzi, ovunque sia saggio e sicuro, per consentire l’accumulo di memorie. Per chi ha camminato o corso con le scarpe la soluzione è analizzare che tipo di soluzioni compensative quel sistema ha già dovuto adottare per contrastare gli effetti nefasti delle superfici innaturali e dell’uso di calzature inadatte.

Dalle analisi emergono tre tipi di problemi, comunemente:

  • disfunzioni articolari,
  • disordini tessutali
  • problemi di controllo motorio.

È molto comune che il collagene delle capsule articolari o del perimisio o endomisio muscolare si denaturi, sottoposto ad un carico costante o superiore alle capacità tensive, e venga sostituito da un collagene più resistente ma meno elastico. Così le articolazioni e i tessuti perdono la capacità di mobilità o di accumulo delle energie elastiche. In questo caso è compito del fisioterapista, individuare quale peculiari zone hanno subito queste modificazioni e riportarle il più vicino possibile ad uno stato naturale.

Nel contempo è necessario rinforzare e riorganizzare la risposta al carico con precisi esercizi di potenziamento sia concentrico che eccentrico o isometrico. Queste modificazioni strutturali possono essere anche difficilmente reversibili.

Nei seminari di certificazione Barefoot Training Specialist, la parte fondamentale del corso è stabilire chi fa cosa. C’è una linea di demarcazione netta tra quello che può fare un trainer, quello che è compito del fisioterapista e ciò che deve esser corretto dal chirurgo. Stabilire il confine operativo disegnato in base alle condizioni critiche della persona, è affidato ai precisi test e valutazioni attive e passive, a catena cinetica aperta e chiusa, che sono stati sviluppati seguendo i dettami della ricerca scientifica.

L’obiettivo finale è quello di recuperare la funzione per le tre caratteristiche fondamentali del piede. Per recuperare l’organo di senso è sufficiente aumentare gli input sensoriali, camminando scalzi su superfici diverse e, ad occhi chiusi, chiedendosi che superficie stiamo attraversando. Per velocizzare il processo, esiste una superficie che si chiama NABOSO che presenta una consistenza e delle asperità che stimolano tutti i meccanocettori. Per recuperare la plasmabilità rispetto al pavimento, si usano esercizi o superfici che lascino che il piede si adatti come palline o corde o bastoni. Questo consente alla fascia plantare di “strizzarsi” per espellere i metaboliti, prendere nutrimento e essere carica sempre con linee di forza diverse. Per ripristinare la funzione di leva rigida, importante per il rilascio delle energie elastiche accumulate nel distretto fasciale, è utile rinforzare la linea spirale e rendere elastiche le fibre della fascia plantare, del tendine di Achille e delle fasce della gamba nel loro insieme.

Per questo si usa la terapia manuale, la IASTM (instrumental assisted soft tissue mobilization) o lo SMR (self myofascial release), con l’obiettivo di aumentare la viscosità tra i compartimenti, in modo che il movimento relativo delle parti muscolari sia possibile e che sia consentito l’aumento del diametro trasversale delle contrazioni isometriche (che consente un maggior carico di energia potenziale).

Risultati migliori e più duraturi nel tempo si ottengono facendo inibizione e mobilizzazione passiva, mobilizzazione attiva e rinforzo muscolare, integrazione con movimenti sempre più complessi e integrazione con movimenti ciclici come camminare. Il ultimo, il movimento più funzionale dell’uomo e quello che ha contribuito a regalarci un potente cervello è la marcia, i nostri antenati facevano 18.000 passi al giorno. Noi di Sport Evolution abbiamo lanciato una sfida: 10.000 passi al giorno! Dopo aver recuperato le condizioni umane, con la marcia, si conserveranno intatte per sempre.

 

AUTORE:

Federico Luzi

Fondatore e Presidente di:

Sportevolution
https://www.sportevolution.net/

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